Diocesi di Teano - Calvi
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DAL CONCILIO DI TRENTO ALL'UNIONE DELLE DUE DIOCESI (1818)
- Nel Seicento
Abbiamo visto come al grande fervore, suscitato dal Concilio nella diocesi di Teano, che aveva dato subito i primi buoni frutti con la erezione del seminano, fosse seguito tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600 un periodo di profonda crisi e di stasi sotto l’episcopato del Serafino. Nella diocesi di Calvi, invece, si verifica una situazione inversa. Ad un periodo di tiepidezza sotto i vescovi Paolo de Bacio Terracina, Marchesini e Bozzuto, segue il lungo e glorioso episcopato di Mons. Maranta. Fabio Maranta si impone alla nostra attenzione per la sua forte personalità di grande organizzatore e amministratore. Dottore nel diritto civile ed ecclesiastico, appena entrato in diocesi nel maggio 1582, trovando la cattedrale servita da appena un solo canonico, ne scelse altri sette, oltre al primicerio.
Restaurò la cattedrale a proprie spese; fece costruire di nuovo la sacrestia e un magnifico campanile.
Subito indisse la santa visita, per conoscere le pecorelle affidate alle sue cure; santa visita che portò a termine nell'aprile del 1583 di cui ancora si conservano in archivio gli atti in bellissima grafia.
Nel 1588 formò una nuova Platea, dopo quella di Del Fosso (1555); in essa si riportano, dettagliatamente descritti, tutti i beni della mensa vescovile e del capitolo, di tutte le chiese e benefici della diocesi. Nello stesso anno, il 20 aprile celebrò il Sinodo.
Per la sua dottrina nella scienza legale, la sua opera fu richiesta da vari vescovi e arcivescovi della Campania: Cesare Costa, arcivescovo di Capua, gli affidò l’incarico di visitare spesso le chiese della sua diocesi. Intervenne alla consacrazione della chiesa del Gesù Grande; il 7 giugno 1608 pose la prima pietra della cappella del Tesoro di S. Gennaro a Napoli.
A Teano, il Serafino cessava di vivere nel 1615, lasciando di sé un ricordo non certo gradito: il parroco della cattedrale, nel registrarne la morte, esprimeva un giudizio molto severo sul suo conto. Gli successe un patrizio senese, Angelo de Ciaia, nipote e vicario del Bellarmino a Capua (1602-1605): nulla da segnalare nel suo breve episcopato (1615-1616).
Poi si avverte una ripresa col successore: lo spagnolo Michele Saragos (fino al 1623); significativo il fatto che egli impose al rettore della chiesa di San Salvatore l’obbligo di tenere la cura delle anime e di risiedere in parrocchia; poiché il rettore non ubbidì, lo depose e indisse il concorso.
Sotto il successore Ovidio Lupari (fino al 1626) sono da segnalare due episodi: una donazione di beni da parte del canonico Morrone per la riapertura del seminario e il ritrovamento delle reliquie di Santa Reparata durante lo scavo fatto nella cattedrale per il trasferimento dell’altare maggiore dal centro della chiesa sotto l’arco maggiore.
Fino al 1641 la diocesi fu governata dall’oriundo spagnolo Giovanni de Guevara che ebbe fama di letterato e mecenate; tra le sue opere: la costruzione del salone grande dell’episcopio e il portico della cattedrale. Al tempo del vescovo Muzio de Rosis (1642-53) Teano subì l’assalto del bandito Giuseppe Colessa, detto Papone: l’assalto fu respinto e Papone finì la sua triste esistenza a piazza Mercato a Napoli, dove gli fu tagliata la testa.
I Teanesi attribuirono la vittoria all’intercessione di San Paride, in onore del quale promisero di celebrare solennemente ogni anno il giorno anniversario.
Intanto a Calvi, dopo il Maranta, per pochi anni governò Gregorio de Bubalo; a questi seguì un altro lungo episcopato; quello di Gennaro Filomarino fino al 1650.
Gennaro era fratello dell’Arcivescovo di Napoli, il Card. Ascanio che tanta parte ebbe nelle vicende della rivoluzione di Masaniello (1647-48). Accadde allora che, in odio al Card. Fiomarino, per falsi sospetti nutriti contro di lui da Diomede Carafa, duca di Maddaloni, che voleva vendicare la morte del fratello Giuseppe, i soldati del duca danneggiarono seriamente la cattedrale e il palazzo vescovile, inoltre bruciarono interamente l’archivio. Si salvarono solo la Platea e la Santa Visita del Maranta perché si trovavano allora per caso nelle mani del cancelliere della Curia. In seguito a tali eventi, il Filomarino trasferì definitivamente l’abitazione dei vescovi in luogo più sicuro scegliendo a tale scopo Pignataro, ampliando una piccola abitazione ivi comprata col danaro delle pene della Curia vescovile.
Abbiamo detto definitivamente perché già dal 1628 circa il Vescovo considerava sua residenza abituale la casetta di Pignataro.
Il 1656 fu un anno fatidico per il Mezzogiorno d’italia: infatti il Regno di Napoli fu duramente colpito da una epidemia di peste, la più terribile, che ebbe conseguenze devastanti sulla popolazione che nel complesso risultò quasi dimezzata. Mons. Paolo Squillante, vescovo di Teano dal 1654 al 1660, dimostrò in quell’occasione grande carità, tanto che il De Monaco lo definisce il San Carlo di Teano. La parte inferiore della città si dovette murare perché, interamente spopolata, era diventata covo di ladri, e alcuni conventi, come quello di Monte Lucno, furono chiusi perché tutti i monaci vi erano deceduti.
Calvi era retta allora da Francesco Maria Falcucci; dalla sua relazione ad limina del 1659 veniamo a sapere che il vescovo si prodigò per aiutare le persone colpite dal terribile morbo, non solo quelle della diocesi ma anche tutte quelle che passavano per l’Appia e la Via Latina, predisponendo a tal fine un certo numero di sacerdoti. A conclusione della sua relazione il Falcucci faceva cenno anche al problema del seminario: “Seminarii erectionem nimia Dioecesis egestas exclusit; in unoquoque tamen Casalium ad juventutem in litteris instruendam, Praeceptorem sive grammaticae professorem elegi”. (La troppa povertà della Diocesi impedì l’erezione del seminario; tuttavia in ciascuno dei Casali scelsi un precettore o professore di grammatica per istruire nelle lettere la gioventù).
Nella seconda metà del ‘600, troviamo a Calvi, oltre al Falcucci, Vincenzo Carafa per circa un ventennio fino al 1679, e Vincenzo De Silva per altri venti anni, fino al 1702.
A Teano, oltre allo Squillante, troviamo Ottavio Boldoni e Nicola Giberti, entrambi per un ventennio ciascuno.
La nota dominante dell’episcopato del Carafa fu la sua predilezione per Camigliano, dove fondò il monastero di Santa Elisabetta. Con i Pignataresi ebbe qualche screzio perché i maestri della cappella del Rosario pretendevano dal vescovo la pigione di una piccola casa datagli in fitto; il Carafa perciò abbandonò la residenza di Pignataro, recandosi a dimorare per molti anni a Camigliano.
L’ultimo ventennio del ‘600 è dominato dalla grande personalità del De Silva: riparò i danni arrecati alla cattedrale, all'episcopio e all’archivio di Calvi durante la rivolta di Masaniello; comprò una casa a Pignataro per dare una decente abitazione a sé e alla curia.
Nel 1680 indisse il Sinodo diocesano, i cui atti furono pubblicati a Roma nello stesso anno; sempre nello stesso anno diede l’incarico a don Giuseppe Cerbone di Afragola, teologo ed esaminatore sinodale della diocesi calena, di scrivere la “Vita e passione delli gloriosi martiri Santo Casto, vescovo di Calvi, e San Cassio, vescovo di Sinuessa”.
Il suo pensiero fu rivolto anche alla fondazione del seminario: fin dal 1682 aveva imposto una tassa su tutti i beni ecclesiastici “pro substentatione duodecim alumnorum”, un “ius Magistri grammaticae, alterius Cantus, et Rectoris, cum uno tantum famulo, eorumque stipendiis annualibus” (per il sostentamento di dodici alunni, di un maestro di grammatica, di un altro di canto, e del Rettore, con un inserviente soltanto, e per i loro annui stipendi).
Nella diocesi si sentiva la necessità del seminario perché “per l’ignoranza grande non si trovano soggetti, né per essere Parochi, né sacerdoti, né meno per chierici”.
Nonostante la buona volontà, il De Silva non riuscì a realizzare il suo disegno.
Passando a Teano, troviamo Ottavio Boldoni che si segnalò per aver scritto ben tre volumi di epigrafi per tutte le occasioni, anche le più futili. Donò la sua biblioteca al seminario (questa poi passò al convento di Sant’Antonio e fu bruciata dai Francesi nel 1799).
Molto attivo sul piano pastorale fu Mons. Giberti che, appena entrato in diocesi svolse una accurata e severa visita (1681), tenne anche due sinodi, i cui atti furono stampati e adottati da altri vescovi.
Il suo programma si articolava nei seguenti punti: sradicare i cattivi costumi; riformare il clero; accrescere il culto divino.
Fu di vita illibata, irreprensibile; modello per gli altri vescovi. Liberalissimo verso i poveri e i bisognosi. Istituì una congregazione per l’insegnamento del catechismo; riparò e ornò la cattedrale (rovinata da terremoti e fulmini); ampliò i locali del seminario e accrebbe il numero degli alunni.
Il ‘600 si chiudeva nelle nostre diocesi con un bilancio positivo: a Calvi ormai il discorso sul seminario era avviato a soluzione; a Teano Mons. Giberti s’imponeva all’attenzione di tutti per la sua azione riformatrice.